Franco Zaio (Associazione culturale “San Giacomo” di Lu Monferrato), 21 maggio 2016

Vi racconto della mia famiglia ai tempi della Prima Guerra Mondiale. Con questo voglio ricordare le 400 e più famiglie di Lu che vissero il dramma di avere uno o più cari al fronte. Due famiglie ne ebbero cinque sotto le armi: coj ’d Crispa (dla Milla) e coj ’d Do’. Otto famiglie ne ebbero quattro. Furono circa 530 i giovani luesi che dovettero indossare la divisa per andare a combattere; 93 di loro morirono nel corso del conflitto; e tra questi prodi, quattro le coppie di fratelli: coj ’d Giòni (dël poss dël cmé) coj ’d Do’, coj do Gisep (Colli)’d Montäut e coj do Saro’, i miei zii.


La fotografia in alto del 1914 sembra congelare una situazione familiare felice a quel tempo e che verrà sconvolta di lì a poco dalla guerra. Una famiglia tutta dedicata al lavoro, ritratta davanti alla casa-segheria che porta una grossa insegna a caratteri cubitali: ZAIO E FIGLI SERRONE, E CON SEGHERIA; insegna fatta dipingere sul muro della casa da Giovanni, (mio nonno), continuatore dell’attività lavorativa di famiglia. Ha lo sguardo orgoglioso del lavoro ben fatto, vicino al carët quasi terminato. Tra i suoi famigliari ci sono i 4 figli che verranno chiamati alle armi: Luigi (ël ’Oisé), Carlo, Michele (ël Michè – mio padre), classe 1898 e al suo fianco mentre brandisce una mazza… un altro Michele, classe 1896. Per tutti è singolare che due fratelli, nati a due anni di distanza portassero lo stesso nome. Sono convinto che mio nonno avesse avuto un presentimento. A Lu era conosciuto come ël mago. Era infatti un setmé e queste persone erano considerate particolari, soprattutto nel nostro contesto monferrino.

 

Mio zio Carlo

 Fu il primo dei fratelli a partire; era della classe 1891. Si presentò al Distretto Militare di Alessandria il 7 settembre 1913 con destinazione Salerno. carlo-zaioDopo 15 mesi passò in forza al 63° reggimento di fanteria della brigata “Cagliari” (reggimento destinato alla mobilitazione) e fu imbarcato a Napoli alla volta della Tripolitania e Cirenaica, mentre era in pieno svolgimento l’insurrezione generale contro l’occupazione italiana, nelle regioni della Sirte, del Fezzan e della Ghibla. Al momento dell’entrata in guerra dell’Italia e della Turchia (su fronti opposti) nel primo conflitto mondiale, Carlo era ancora laggiù con il suo battaglione (il III°). Furono mandati a combattere nei pressi di Nalut (nel Nord-Ovest della Libia). Carlo era morto, in modo atroce, il 26 dicembre 1915 alle 19:35 a causa di una grave infezione intestinale di origine malarica. Fu sepolto al cimitero italiano di Tripoli. Così la mia famiglia accolse terribilmente la notizia; un ragazzo che lavorava come saro’ col padre e i fratelli nella sua Lu, era morto in Africa come tanti altri ragazzi, in nome di quelle ospedale-militare-di-tripoli-001colonie che erano diventate il nostro secondo fronte davanti alla pressione islamico-turca. Cosa ne sapeva la gente di Lu di queste cose?! Cosa ne sapevano la moglie di Carlo, Chierina e la figlioletta Francesca?! Li avessero lasciati lavorare in pace! Carlo morì in ospedale-militare-di-tripolimezzo alle palme nell’ospedale di Tripoli, senza che la sua famiglia potesse andare a piangerlo. Di lui ho solo un documento e una vecchia fotografia di famiglia e il rimpianto che forse sarebbe stato un bravo zio per me.Il 4 gennaio 1916 il Sindaco di Lu, il dottor Camillo Capra, andò nell’officina degli Zaio e si avvicinò a Giovanni, il padre. Gli fece vedere la cartolina proveniente dall’Ospedale Militare di Tripoli, gli strinse fortemente le mani e salì con lui in casa a condolersi con il resto della famiglia; accarezzò la piccola Francesca e poi se ne andò.albo-doro-caduti-zaio-carlo

Mio zio Luigi

 Mentre il fratello Carlo combatteva in Libia, esattamente 6 mesi prima della sua morte, Luigi, classe 1893, ricevette la lettera di chiamata alle armi, con il Decreto di Mobilitazione Generale del 22 maggio 1915. Dal 1° giugno 1915 all’8 settembre 1919, rimase sotto le armi in numerose azioni di guerra. Inquadrato nel 119° reggimento di Fanteria della brigata “Emilia”, andò in combattimento sul Monte Nero. Destinato al 71° reggimento della brigata “Puglie” fu mandato in Albania a Valona per combattere sul fronte della Vojussa. Tornò in Italia, per l’offensiva austriaca Strafexpedition nei mesi di giugno e luglio del 1916 in Trentino. Combatté il 10 luglio in Vallarsa, all’attacco suicida del Monte Corno e dell’Alpe di Cosmagnon. Fu schierato con i commilitoni a rincalzare le spaventose perdite dovute alla X battaglia dell’Isonzo.

Vennero mandati nel Carso sloveno e spostati nell’inferno della Bainsizza. Dopo Caporetto dovettero ripiegare sul Brenta. Partecipò alla battaglia del Piave e fu mandato ancora in Albania, a Valona, finché il “Comando Truppe Albania” ne dispose il rimpatrio. Mio zio Luigi, ël ’Oisé do Saro’, tornò alla casa di suo padre a Lu, in strada per Quargnento (ora via Marconi), per riprendere il proprio lavoro dopo 4 anni e tre mesi circa sotto le armi.

  Mio zio Michele

Mentre mio zio Carlo era ricoverato all’ospedale di Tripoli, suo fratello Michele, classe 1896, venne chiamato alle armi. Era il 26 novembre 1915. Bisognava rimpiazzare le sanguinose perdite del regio esercito con nuova carne da cannone. Entrato nel 67° reggimento di fanteria della “Palermo”, passò al 206° reggimento della brigata “Lambro”. Partirono da Milano per la zona di guerra tra Marostica e Nove di Brenta. Il 22 aprile 1916, zaino e moschetto in spalle, Michele raggiunge la zona tra Asiago, Gallio, Lusiana e Crosara poi a scavar trincee alle falde del Verena.

Il 15 maggio, 126 battaglioni austro-ungarici appoggiati da 1.193 cannoni guidati dal feldmaresciallo Conrad von Hötzendorf, scatenarono l’offensiva punitiva contro gli Italiani, la Strafexpedition. L’avanzata travolse il fronte italiano per venti chilometri, penetrando nella zona dell’Altopiano dei Sette Comuni, occupando Arsiero e Asiago. Non possiamo nemmeno immaginare lo stato d’animo di Michele se non intuire di aver combattuto senza risparmiarsi contro le soverchianti forze nemiche. Come nella fotografia che alza quella gran mazza di legno. I nemici erano troppi e si presero i nostri forti Verena e Campolongo e la zona di Portule. I soldati italiani non dovevano lasciare il posto perché gli ufficiali superiori non sapevano cosa fosse una “difesa elastica”. Fritz Weber, giovane ufficiale austriaco e scrittore, così rappresentò il paesaggio dopo quella battaglia: l’aspetto di colle Costesin è terrificante. Il bombardamento lo ha trasformato in un carnaio. Braccia e gambe, pezzi di fucile e baionette emergono dalle posizioni sconvolte. Nei ricoveri demoliti s’intravedono cadaveri mutilati. Quando il fuoco delle artiglierie austriache venne spostato in avanti, due reggimenti italiani che muovevano al contrattacco furono investiti dalla grandine di fuoco. La tragedia doveva essersi svolta in pochi minuti… Gli italiani uccisi sono 3.421 soldati e 86 ufficiali. Michele con i sopravvissuti, deve lasciare l’ultima posizione a Bocchetta di Portule e ripiegare fino a Fontanelle. Questi giorni passati all’addiaccio, senza il rancio, dormendo per terra, sotto un fuoco infernale, minarono la tempra di Michele. Di nuovo in trincea tra Monte Pau e Monte Corno. Poi fino all’Isonzo: prima linea nel settore di Oslavia. Assalto al “Lenzuolo Bianco” e Sabotino. Cadono falciati come il grano maturo 1.200 soldati e 33 ufficiali. Nonostante tutto, Gorizia stava per diventare italiana. Mio zio Michele, però, era in preda alla febbre; fu portato in treno a Milano e ricoverato all’ospedale “Mantegna”, Ospedale Militare di Riserva. Si aggrava di giorno in giorno e muore di bronco alveolite il 17 settembre 1916. Aveva compiuto da poco vent’anni. I genitori non riuscirono a portare il corpo del figlio a Lu. Fu seppellito da qualche parte nel Sacrario dei Caduti, poi diventato Tempio della Vittoria. Io penso che si trovi all’Ossario Comune dei Caduti di Guerra. La Presidente dell’Ufficio per le notizie alle famiglie dei Militari di Alessandria, aveva scritto al Sindaco di Lu pregandolo di dare notizia alla famiglia del decesso. La cartolina arrivò dopo la sepoltura. Quando qualche anno fa mi recai in questo cimitero, mi fermai, per caso, vicino a una pietra e lessi la seguente epigrafe: “Non importa dove riposo; grida al vento Fante d’Italia e io sono contento”.

Mio padre, Michele

Dopo sei mesi dall’entrata in guerra dell’Italia, alla carradoria di Giovanni rimase solo un figlio a lavorare: l’altro Michele, mio padre. All’epoca aveva 17 anni.

Nel febbraio 1917 venne destinato al 31° reggimento di fanteria della brigata “Siena” e raggiunse la zona di guerra il 3 luglio per rimpiazzare – con altri come lui –  i caduti. Fu sul fronte isontino a Cividale del Friuli, con diversi turni passati in prima linea, fino alla battaglia di Caporetto, quando la brigata tentò di arrestare la corsa degli austro-tedeschi.Mio padre coltivava una grande passione: la bicicletta; avrebbe voluto e forse potuto, diventare un ciclista corridore e sognava di entrare come gregario nella squadra del mitico Girardengo. Frequentava la “Pista” di Alessandria e aveva preso parte con entusiasmo alle iniziative dell’Unione Velocipedistica Italiana, sezione alessandrina. Quando compì i 18 anni, malgrado avesse già pianto, da poco, la morte dei fratelli Carlo e Michele, arrivò la chiamata alle armi. I sogni erano infranti. Affidò al padre sconcertato la custodia della bicicletta da corsa e alla mamma Francesca, angosciata e disperata, la divisa ciclistica. Alle sorelline Maria e Luigina che insieme al fratellino Sereno, lacrimanti, salutavano la sua partenza, promise, tranquillizzandoli, che sarebbe tornato presto e con un regalino. Si dovettero ritirare sul Tagliamento. All’inizio di novembre, la “Siena” che non si era dissolta nella disfatta, combatté furiosamente, contenendo le avanguardie austro-tedesche.

Nell’anno successivo, il reggimento a cui apparteneva mio padre, dopo essere stato di riserva nei pressi di Treviso, raggiunse il Piave per ricacciare il nemico. E dopo la presa del Col della Berretta, e del Col Bonato, avanzò nei pressi dell’abitato di Borgo, catturando interi reparti nemici con armi e carriaggi. Il 4 novembre cessarono le ostilità giungendo a Vittorio Veneto.

Ma per mio padre la strada fu ancora lunga. Presidiò il territorio occupato e venne impiegato nel recupero delle salme; tornò poi alla caserma del reggimento a Napoli, purtroppo debilitato. Riuscì ad ottenere un riesame medico ad Alessandria il 12 febbraio del 1920: la visita del Consiglio di Leva lo dichiarò abile di seconda categoria. Il portone della caserma per lui si aprì solo il 20 marzo 1920, appena in tempo, perché la sua brigata stava già raggiungendo l’Alta Slesia in Germania, come truppa d’occupazione, secondo le disposizioni del Trattato di pace di Versailles.

Con il congedo vi era la proposta per la “medaglia della Vittoria”, la concessione dell’attestazione di buona condotta, la dichiarazione di “aver servito con fedeltà e onestà” e l’autorizzazione a fregiarsi del distintivo della “Campagna di Guerra per il 1917”. Il Distretto militare lo autorizzò in seguito al conseguimento del passaporto per l’espatrio in Francia nel 1920 e in Argentina nel 1923. Ma la grande nostalgia del suo paese e dei suoi genitori lo fecero sempre ritornare a Lu.

 I reduci

Io ho sempre pensato che mio padre fosse voluto espatriare per dimenticare le battaglie, i colpi di cannone, i morti, i drammi, i territori insanguinati. L’orrore.

Forse restare a Lu senza i suoi fratelli e senza tutti gli amici, era una realtà troppo dura.Peraltro, tutti i combattenti sopravvissuti ritornarono dalla guerra scioccati dagli eventi passati. Alcuni per colpa della guerra rimasero gravemente devastati dentro per il resto della loro vita, rotti psichicamente. Forse noi a Lu non abbiamo mai prestato la giusta attenzione allo spaesamento di taluni nostri concittadini reduci.Tanti hanno sempre rifiutato anche il ricordo della guerra. E chi la ricordava era invaso da immenso dolore.

Le rimembranze della Grande Guerra

Nelle sue rime, il nostro poeta dialettale Angelo Capra, meglio conosciuto come l’Angiolé dël messo, peraltro molto amico di mio padre, quando ricorda il periodo al fronte, abbandona il suo stile proprio delle bosionà. I suoi versi si fanno seri, pieni d’angoscia. Vi propongo alcuni brani tratti da sue poesie:

Da “I ragazzi del ’99”

A j’era giovo, a m’hän ciamà a soldà;

ragazzo del ’99 a mhän sémp ciamà.

Ao distrët am són presentà,

a smijava ’n cä bastonà;

na sessantégna ’d Lu a-i n’era radunà

ij prum quat méis ch’a j’era zà a soldà;

a m’hän dacc na gavëtta e ’n pòch ’d brodaja,˩

a j’hò cmënsà la vita sot la naja.

Pò a j’hän facc la selessio’

e a m’hän dacc la destinassio’.

Mi a Piacénsa a m’hän mandà

ansema a neuv disperà:

Pietro do ’Rassio, Bigio ’d Varleri,

Oreste Boltri; Iepo (bobó) Raiteri,

Milio dij Marté, Marché ’d Trifolo’,

mi, Ghisté e ’Oisé ’d Ragio’.

Ant na camerata a m’hän bità

ch’a l’era la nòstra neuva ca;

per tre neucc a j’ómma dromì ’n tera

e pur la paja a-i era;

 

ma tocala as podiva nént,

a-i era nént l’órdin do sergént;

an s’col bali ’d paja as radonavo

e visändsi ’d Lu a brogiavo.

……………………………………..

Quänd ch’a j’ómma finì l’istrossio’

a m’ hän dacc la destinassio’;

a sómma stacc tucc separà,

al frónt a-i era da rimpiassà

coj che ij méis andrè

a j’avo zà lassà la pè.

Mi a j’hò véncc na terna

per tucc a digh in “requiem aeternamˮ.

A són l’ùnich “Cav. di V. V.ˮ ch’a són restà ˩

ch’ël pòssa ancora chintà.

Nella poesia “Madòna d’Avost” (festa del paese) ricorda così il suo 15 agosto 1918:

L’ann do ’18 o di dla festa

mi a j’ava d’àtër per la testa;

con na coerta ao ròss do so

cóntra l’àrgin dël Piave a pensava a Lu!

A bativa ij déncc per la malaria

e i sibiava ël bómbi ant l’aria.

Ancor nént vént’ani a j’ava

e meuri lontä am grivava!

Che brut momént ch’a j’hò passà

Per fortëgna ch’a són tornà.

Alcuni angoli del nostro paese ci ricordano queste vicende.

Sovente mi fermo vicino al monumento posto di fronte, quasi accostato alla Chiesa di Santa Maria; lì sono elencati con lettere oramai sbiadite i ragazzi di Lu morti per la patria nella Grande Guerra; una magnolia li onora e li commemora costantemente e poco importa se impedisce di leggere tutti quei nomi.

Sovente, inoltre, passeggio sot la leja guardando gli alberi che ricordano un evento tragico; mi fermo sempre davanti alla lapide che porta incisi i nomi dei caduti luesi nella guerra 1915-1918. Alla loro memoria, nel 1922, gli alberi della leja furono piantati! È doveroso commemorare e ringraziare questi giovani che hanno combattuto e sono morti nel compimento del loro dovere. Per quanto assurdo ci può sembrare oggi, al loro tempo fu una terribile esigenza che coinvolse e insanguinò l’Europa intera. Non possiamo considerare il loro sacrificio vano, perché tutti noi qui siamo loro debitori, perché le radici della pace di oggi, sono annaffiate di quel sangue. Ed è doveroso ricordare anche tutte le famiglie che hanno patito immense sofferenze per causa della guerra.

Assistenti spirituali e sanitari

Un pensiero di riconoscenza lo dobbiamo ai cappellani militari (taluni erano luesi) che sempre hanno saputo offrire a tutti parole di conforto e speranza, anche in situazioni estreme.

Desidero qui ricordare un giovane sergente di sanità: Don Angelo Giuseppe Roncalli (il futuro Papa Giovanni XXIII°).

Quando (proveniente dal fronte) mio zio Michele fu ricoverato all’Ospedale Militare Mantegna di Milano, Don Angelo era stato appena trasferito da questo ospedale a quello militare di riserva in Bergamo, con la nomina di Cappellano Militare.E un tenero ricordo lo dobbiamo alle crocerossine, impegnate a prestare assistenza negli ospedaletti da campo dietro alle trincee e negli ospedali militari. Sotto la guida della duchessa d’Aosta se ne contarono circa 10.000 in Italia, in servizio per tutta la durata del conflitto. Sicuramente, almeno due di loro erano di Lu.

 

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